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Casa Sony
Sviluppatore Interlink
Genere Azione
Versione PAL
Giocatori 1
Piattaforma PSP
8.5

Patapon



L’indignazione è una musa sempre più fertile della muta disapprovazione, ed infatti siamo qua perché quel che leggiamo oggi ha del deplorevole, un’accusa infondata e dettata da un’analisi grondante di superficialità. Riluttanti all’idea di partorire un progetto che abbia anche lontanamente un sapore stantio, le esperte e raffinate mani di Pyramid (JP)/Interlink (già responsabili del mirabile Locoroco) tirano fuori dal cilindro una piccola perla videoludica come non la si vedeva da tempo. Patapon ha il diritto di essere considerato un piccolo capolavoro, e chi scrive l’onere di accreditarlo come tale.






CHAKA-PATA-PON!
Patapon allinea sulla scacchiera del proprio gameplay venature strategiche, una personalizzazione del “team” degna di un rpg e alcune componenti da puzzle game, mandando in avanscoperta la sua anima da rhythm game. Intriso di ilarità ed uno stile grafico altamente ispirato, il gioco vi vede indossare i panni di un dio e guidare, a suon di battiti di tamburo, la civiltà dei Patapon alla conquista del mondo (o meglio, far fuori la tribù avversaria degli Zatapon, anche se la conquista del mondo aveva ovviamente un maggior fascino…).
Durante il briefing pre-missione sarà possibile scegliere le truppe, armarle, e mandarle quindi in battaglia. Tramite la pressione a tempo di alcune sequenze di tasti è possibile impartire ordini come avanzare (ossia Pata-Pata-Pata-Pon), attaccare (Pon-Pon-Pata-Pon) o semplicemente difendersi (Chaka-Chaka-Pata-Pon). Alla prima battuta del giocatore, a cui risponderanno i vari Patapon cantando, andranno concatenate altre battute a suon di combo per agguantare la modalità Fever (raggiungibile più velocemente se si è all’unisono col tamburo), che come la storia videoludica insegna darà vita ad alcuni vantaggi. I primi livelli scorrono via che è un piacere, ed il gameplay si dimostra ambizioso, originale, lungimirante per alcuni versi, semplicistico per altri. Tale semplicità lascia ben presto spazio ad una profondità disarmante, rintracciabile nel senso tattico imprescindibile per superare le varie missioni, con ogni truppa che dimostra valenza di fronte a determinati ostili, o minusvalenza di fronte ad altri (tacendo poi dell’ottima differenziazione delle varie milizie che si aggregheranno nel corso dell’avventura). La vera sfida è procrastinata ai livelli successivi, dove il grado di difficoltà beneficia dell’aggiunta di nuove canzoncine con cui comandare le varie truppe, il gameplay vi mette nelle condizioni di dar vita a veri e propri miracoli meteorologici (utili per superare alcuni puzzle ambientali) ed i boss si dimostrano ben più coriacei e aggressivi che degli orsetti di peluche, con pattern d’attacco che richiedono una strategia oculata per averne la meglio.
Cabarettistico nelle espressioni dei vari mini-guerrieri, Patapon non s’accontenta di proporre un game design d’applausi, ma vuole troneggiare anche sotto il profilo stilistico grazie ad un comparto grafico incomparabile dove l’espressività del videogioco tocca uno dei suoi massimi livelli.






PON-PON-PATA-PON!
Patapon è frutto dell’ingegno dell’uomo e come tale rifugge dalla perfezione. Alla sua natura terrena viene riportato da un backtracking a tratti snervante, dall’assenza di una modalità multiplayer e da una longevità che offre una dozzina d’ore di gioco scarse. Svincolato da ogni convenzionalità, il game design di Patapon è una piccola perla che si affaccia in un mercato saturo di cloni spazzatura, dove l’originalità pare una malattia e dove, in presenza di essa, alcune voci stonate danno all’untore. Poche righe non sono certo sufficienti a descrivere appieno un titolo così ricco di sfaccettature, d’altro canto è nell’interesse del lettore che non venga rovinata la meraviglia della sorpresa (da qui l’inesattezza quando abbiamo riportato la meta dei Patapon, omettendo di citare la “COSA” che si trova a Fineterra).

Giuseppe "Sovrano" Schirru

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