Final Fight Streetwise
Con cotanto nonno ci si avvicina a questo Streetwise con la prudenza della saggezza.
Mai cosa fu più sensata.
FINAL FRANCHISE
Sarò breve: quando il cattivo gusto sembrava aver schivato Capcom, ecco che scopriamo in realtà, che nei bui uffici di Capcom Studio 8, si coltivava il virus della perdizione all’insaputa di noi ignari giocatori. Roba che neanche la Umbrella Corporation. Fortunatamente, oggi, ogni prova del peccato è stata cancellata (lo Studio 8 è stato chiuso in vista dei pessimi risultati ottenuti con questo Final Fight Streetwise), ma ormai il danno era compiuto, la proverbiale frittata era stata fatta. C
apcom ha portato il brand al limite del lecito e del buon gusto, realizzando un prodotto mediocre nell’affollato mercato dei prodotti mediocri. Kyle Travers è il nuovo protagonista nell’ennesima guerra tra gang nella città di Metro City. Ma i tempi di Guy, Cody e Haggar sono finiti. Capcom ha preso Final Fight, l’ha gettato nel cesso ed ha tirato la catena. Il protagonista si destreggia tra i diversi quartieri che formano la città (due vicoli in croce), usando la metropolitana, parlando con i cittadini, entrando nei negozi per acquistare armi, bevande e quant’altro.
E menando i teppisti. Insomma, un’abbozzo di GTA che di di GTA in fin dei conti ha ben poco. Si guadadagna rispetto tra i vicoli malfamati, scegliendo la via della legalità o dell’ingiustizia (in una pallida imitazione delle meccaniche di Fable), si ingaggiano combattimenti in arene nel peggiore dei Fight Club e si “esplorano” le strade della psichedelica Metro City, alla ricerca di Cody, il fratello rapito (che più probabilmente è fuggito dalla vergogna). Insomma, uno pseudo picchiaduro 3D a scorrimento, con un aroma di GDR ed una spolverata di GTA, della peggior specie. Che altro aggiungere? IA dei nemici ridicola, boss ridicoli, longevità ridicola. Ma forse è meglio così; dopo poche manciate di minuti vi verrà regalata la possibilità di rigiocare il primo Final Fight targato 1989. Gameplus suggerisce di intraprendere un VERO picchiaduro a scorrimento, assaporando il ricordo di uno dei capolavori storici di Capcom, cercando di dimenticare immantinente quest’abominio che risponde al nome di Streetwise. Perché l’intero gioco è un immenso girone dantesco (nessun parallelismo col ben noto Devil May Cry), alludendo ad un agonia continua e tormentata, facendo traballare la lucidità del giocatore letteralmente “preso per il culo”, piantato a metà del primo stage (tanto basterà per percepire la mediocrità del titolo in questione), mentre sbatte la testa contro il muro per la repulsione.
In poche parole, un gioco irrisorio che vive del ricordo di ciò che fu.